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¯ Blur

Ormai da tre lustri la formula dell'orecchiabilità anglosassone si chiama Blur: in tutte le sue reincarnazioni il quartetto di Damon Albarn si muove sempre disinvolto fra coretti da superclassifica, riff di chitarra indie e deviazioni rave-house. E nel frattempo Damon si è pure levato la soddisfazione di capitanare l'unico movimento musicale britannico degli anni '90: quel "britpop" dove i Blur passano alla storia autoproclamandosi diretti discendenti di Kinks e Jam.

Siamo nel 1989, quando Damon Albarn (voce), Graham Coxon (chitarra), Alex James (basso) e Dave Rowntree (quest'ultimo più tardi) si incontrano a Londra e decidono di formare una band. Si chiameranno "Seymour", ma per poco tempo: una volta firmato il contratto, la Food Records li costringe a sceglierne uno nuovo da una lista; nascono così i "Blur".

Gli inizi non sono facili. Nelle prime interviste Damon sottolinea che la band include "quattro personalità molto diverse"; intanto per il successo bisogna aspettare un po' di fortuna e di bravura, che arriveranno dopo l'incontro col produttore Stephen Street ("Dio lo benedica, è l'uomo migliore del mondo intero, è il nostro amabile nonno: è come George Martin"), già dietro la consolle con gli Smiths e i Cranberries.

"She's so high" è il primo singolo (ottobre 1990) dei Blur: in patria entra nella top-50, ma di lì a poco cede il passo al vero cavallo di battaglia, "There's no other way", registrata durante la prima session con Stephen Street e destinata a movimentare la top-10. Il New Musical Express si accorge dei quattro "adorabili arroganti con un singolo promettente", mentre la Gran Bretagna saluta con favore l'LP d'esordio "Leisure" (negli USA uscirà nella stessa settimana di "Nevermind"), che ha un sound ancora indie-pop-dance; ma in quel periodo la moda sta mutando, complici il silenzio degli Stone Roses e il cambiamento di rotta dei Primal Scream. Diventa necessario un cambiamento di direzione.

Il nuovo corso è preannunciato dal singolo "Popscene", che esce nel marzo 1992 e si distingue per le tonalità più aggressive. Lo stesso anno si chiude con una data significativa ma occulta per tutti i fan dei Blur: il 24 e 25 dicembre Damon sta scrivendo un nuovo brano a casa dei suoi genitori nel Colchester. Quella canzone è "For tomorrow", primo 45-giri del difficile secondo disco, registrato dai Blur tra mille difficoltà: moltissime canzoni scartate, richieste di singoli orecchiabili ("Chemical world" verrà registrata in extremis), e molte pressioni per riregistrare il tutto sotto la guida di un affermato produttore (l'onore doveva toccare a Butch Vig) con la speranza di sfondare in America. Niente di tutto questo (per fortuna o per sfortuna?) accade, e nel maggio 1993 arriva "Modern life is rubbish", secondo disco che prende il suo emblematico titolo (="La vita moderna è spazzatura") da un graffito londinese nei pressi di Marble Arch. Per Damon e soci è un ritorno alle origini, con sonorità vicine a Kinks, Small Faces ed XTC. Oltre ai due singoli già citati, questo 33-giri è inframmezzato da falsi intermezzi pubblicitari e ha già gli embrioni del canone Blur: soffuse ballate ("Blue jeans"), pezzi onirici ("Oliy water") e cori che trapanano il cervello ("Sunday, Sunday").

È però con "Parklife" (ma poteva chiamarsi "Sport" o anche "Softporn") che i Blur fanno il grande salto: nel 1994, "Girls and boys", "Parklife" e l'agrodolce "To the end" (nella versione originale cantava Justine Frischmann, fidanzata di Damon e leader delle Elastica) diventano l'identikit della nuova scena britpop e più in generale dell'Inghilterra "mod" anni '90.

È arrivato il successo planetario, anzi no. Perché all'appello manca l'America, corteggiata dalla casa discografica più che dai Blur. Una situazione riassunta bene dalle parole di Alex James: "Non capisco. Gli Americani cantano l'America e al resto del mondo va bene. Allora perché una band non dovrebbe cantare l'Inghilterra?". Ma la band inglese più famosa negli States restano i Bush, e ai Blur tocca "accontentarsi" di quattro Brit Awards 1995: miglior video e miglior singolo per "Parklife", miglior disco e miglior band. Questo clima festaiolo arriva fino allo studio di registrazione, dove i quattro stanno registrando il disco della conferma: "The great escape", trainato da singoli fortunatissimi (soprattutto "Stereotypes" e la ballatona "The universal"), nonché dalla disputa Blur-Oasis, fomentata dai media per rievocare la storica lotta Beatles-Stones. E mentre i fratelli Gallagher frantumano ogni record di vendita con l'LP "(What's the story) Morning glory" (10 milioni di vendite in patria, 4 milioni negli USA), i Blur vincono la battaglia dei singoli: "Country house" debutta alla n° 1 e batte in volata "Roll with it".

E l'America? Macché, ancora niente. La sovraesposizione mediatica suggerisce a Damon un periodo di sabbatico di silenzio: un anno in Islanda, che diventa il trampolino per la nuova reincarnazione dei Blur preceduta da dichiarazioni programmatiche su cocaina ("è una droga stupida e pericolosa") e britpop ("non è più un'idea valida, non è più stimolante"). Ma soprattutto da due 45-giri cattivi e riffati: "Beetlebum" e "Song 2", che col suo "whooo-hooo" sbarca perfino sulla Playstation e regala il sospirato successo americano ai Blur. A proposito, "Blur" è anche il titolo dell'album, che si ricorda per l'assenza (è la prima volta) di testi nel libretto. Questo quinto disco è un vero e proprio punto di svolta nella storia dei Blur: atmosfere lo-fi à la pavement (idoli di Graham Coxon), una strizzatina d'occhio al beck dei primi tempi e un'attitudine anticommerciale che tuttavia non manca di essere immortalata su singolo (verranno estratti persino "On your own" ed "M.O.R.").

Il panorama discografico è cambiato (gli Oasis cedono il passo agli astri nascenti Radiohead), ma tournée e uscite confermano i Blur sempre sulla cresta dell'onda e pronti a rischiare. Ne è una conferma "13", sesto disco con 13 brani bizzarri ideati assieme al fantasioso William Orbit (ci sarà il suo zampino nella Madonna rinata di "Ray of light"?). I Blur non smettono mai di sperimentare, mentre Damon e Justine rompono il loro fidanzamento: qualcuno ironizza sulla svolta "dal whoo-hoo al boo-hoo", ma intanto nuovi sound eclettici sono sbocciati qua e là ("Battle" in Indonesia, "Caramel" in Islanda) e segnano la "nuova strada" affiancando gli inserti gospel di "Tender" e le atmosfere quasi blues di "No distance left to run" (secondo la leggenda Damon ne avrebbe terminato l'incisione singhiozzando), che chiudono il capitolo Justine.

I Blur festeggiano i dieci anni di attività col 45-giri inedito "Music is my radar", incluso nel doppio celebrativo "Greatest hits" dell'ottobre 2000: secondo Coxon, la classica scelta di brani per accontentare la classifica. Nel frattempo, le strade di Damon e Graham cominciano a separarsi: il primo collabora ai Gorillaz (band di zombie hip-hop messa insieme da Dan "the automator") e si innamora delle sonorità etniche (celebrate poi in "Mali music", del 2002), il secondo pubblica il suo secondo album solista "The golden D" e cade spesso nell'alcolismo.

Nell'estate 2002 l'affascinante frontman torna a far parlare di sè e firma, insieme a 3D dei Massive Attack, una campagna contro la politica imperialista e interventista degli Stati Uniti (determinati a sferrare un attacco armato contro l'Iraq), e non perde occasione di manifestare in pubblico il proprio dissenso rispetto all'amministrazione Bush.

A inizio 2003 arriva "Don't bomb when you are the bomb", singolo misterioso impacchettato senza nome e titolo in una confezione con scritte arabe: in pieno clima post-11/9 è una scelta ardita. Nel frattempo i Blur hanno ripreso a registrare: il settimo disco sarà prodotto da Fatboy Slim, famoso DJ che però ritoccherà solo due dei brani, lasciando il resto a Ben Hillier, noto per la collaborazione con gli Elbow, e alla stessa band. Rimasta però orfana del chitarrista: infatti Graham Coxon lascia i Blur durante (c'è chi dice prima) le prolifiche session di registrazione in Marocco: cominciano con 40 brani e finiscono con 26. Intitolato "Think tank", il settimo album dei Blur è anticipato dal singolo "Out of time", un pezzo molto melodico che debutta in radio nel marzo 2003 ed è accompagnato da un video shock: la vita di una soldatessa britannica, imbarcata su una portaerei diretta verso la guerra (siamo proprio alla vigilia dell'intervento in Iraq).

Il nuovo disco non è esente dalle critiche: certi fan sentenziano che i Blur senza Coxon sono come gli Smiths senza Marr; ciononostante "Think tank" riceve quattro stelle su cinque nella recensione di Rolling Stone, che commenta "i vecchi Blur sono morti, ma quelli nuovi sono più vivi che mai", e sembra sottolineare l'ennesima reincarnazione del gruppo riecheggiando la frase che apre il nuovo singolo: "Where's the love song?".

 

Discografia

"Leisure" (1991)
"Modern life is rubbish" (1993)
"Parklife" (1994)
"The special collectors edition" (1995)
"The great escape" (1995)
"Blur" (1997)
"Bustin' + droonin'" (1998)
"13" (1999)
"The best of blur" (2003)
"Think tank" (2003)

 

Tratto da MTV Italia

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