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§ Giorgio Caproni

Giorgio Caproni nasce a Livorno il 7 gennaio 1912; nel 1922 nasce la sorellina Marcella, poi la famiglia si trasferisce a Genova, che lui definirà "la mia vera città". Terminate le scuole medie s'iscrive all'Istituto musicale "Giuseppe Verdi", dove studia violino; a 18 anni rinuncia definitivamente all'ambizione di diventare musicista, e s'iscrive al Magistero di Torino, ma presto abbandona gli studi.

Inizia in quegli anni a scrivere i primi versi poetici; non soddisfatto del risultato ottenuto strappa i fogli gettando via tutto. È il periodo degli incontri con i nuovi poeti dell'epoca: Montale, Ungaretti, Barbaro. Rimane colpito dalle pagine di "Ossi di seppia", al punto di affermare: "saranno per sempre parte del mio essere". Nel 1931 decide di inviare alcuni suoi componimenti poetici alla rivista genovese "Circolo", ma il direttore della testata, Adriano Grande, li rifiuta invitandolo alla pazienza, come a dire che la poesia non era adatta a lui. Due anni dopo, nel 1933, pubblica le sue prime poesie, "Vespro" e "Prima luce", su due riviste letterarie, e a Sanremo, dove si trova per il servizio militare, coltiva alcune amicizie letterarie: Giorgio Bassani, Fidia Gambetti e Giovanni Battista Vicari. Comincia anche a collaborare con riviste e quotidiani pubblicando recensioni e critiche letterarie.

Nel 1935 inizia a insegnare alle scuole elementari, prima a Rovegno, quindi ad Arenzano. La morte della fidanzata Olga Franzoni nel 1936 dà lo spunto alla piccola raccolta poetica "Come un'allegoria", pubblicata a Genova da Emiliano degli Orfini. La tragica scomparsa della ragazza, causata da setticemia, provoca una profonda tristezza nel poeta, come testimoniano molti suoi componimenti di quel periodo pubblicata a Genova da Emiliano degli Orfini. Commesso, impiegato, e infine maestro elementare, nel 1938 si trasferisce con la moglie Rina appena sposata a Roma, dove continua a fare il maestro. Nel 1949 torna a Livorno alla ricerca della tomba dei nonni, e riscopre l'amore per la sua città natia: "Scendo a Livorno e subito ne ho impressione rallegrante; da quel momento amo la mia città".

Le attività letterarie di Caproni diventano frenetiche. Nel 1951 si dedica alla traduzione di "Il tempo ritrovato" di Marcel Proust, cui seguiranno altre versioni dal francese di molti classici d'oltralpe. Intanto la sua poesia si afferma sempre di più: "Stanze della funicolare" vince il Premio Viareggio nel 1952, e dopo sette anni, nel 1959, pubblica "Il passaggio di Enea". Sempre in quell'anno vince nuovamente il Premio Viareggio con "Il seme del piangere". Tra il 1965 e il '75 pubblica "Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee", il "Terzo libro ed altre cose" e "Il muro della terra" (Premio Gatto e Premio Jean Malrieu Etranger per il miglior libro tradotto in francese), e successivamente "Franco cacciatore" (vincitore dei Premi Montale e Feltrinelli). Tra le altre traduzioni da lui eseguite ricordiamo "Bel Ami", di Maupassant (1965), "Morte a credito", di Cé line (1964), "Poesie", di Apollinaire (1979), "4 romanzi", di Jean Genet (1975). Volumi di racconti sono "L'ultimo borgo" (1980) e "Il labirinto" (1984). Giorgio Caproni riceve nel 1984 la laurea honoris causa in Lettere e Filosofia presso l'Università di Urbino, e nel 1985 la cittadinanza onoraria di Genova, città che aveva influenzato profondamente il suo spirito e la sua produzione poetica. Nel 1986 ottiene inoltre i Premi Chianciano, Marradi Campana e Pasolini per la raccolta "Il conte di Kevenhuller".

Il poeta muore il 22 Gennaio del 1990 nella sua casa romana. Postuma è la pubblicazione di "Res amissa". "La sua poesia, che mescola lingua popolare e lingua colta e si articola in una sintassi strappata e ansiosa, in una musica che è insieme dissonante e squisita, esprime un attaccamento sofferto alla realtà quotidiana e sublima la propria matrice di pena in una suggestiva 'epica casalinga'. Gli accenti di aspra solitudine delle ultime raccolte approdano a una sorta di religiosità senza fede" (Enciclopedia della Letteratura, Garzanti).

 

Citazioni

Non ho mai fatto il poeta di professione. Non ho mai capito come lo si possa fare, giacché ho sempre pensato che l'esser poeti sia, prima di tutto, una qualità quasi fisiologica... Non ho segreti di mestiere da svelare, perché per la poesia non ce ne sono, e ognuno sceglie gli strumenti che gli tornano meglio.

Poesia significa in primo luogo libertà: libertà e disobbedienza di fronte a ogni forma di sopraffazione o di annullamento della persona; di fronte a ogni forma di irregimentazione o, peggio, di massificazione.

Il poeta è un minatore: va giù nelle viscere dell'io e, miracolosamente, torna alla superficie con poche, lucenti, pepite.

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