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§ Eugenio Montale
Nello stesso anno viene chiamato alle armi: frequenta il corso di allievi ufficiali a Parma, dove tra altri letterati e scrittori conosce Sergio Solmi, il quale lo introdurrà poi nell'ambiente degli intellettuali torinesi raccolti intorno a Pietro Gobetti. Viene inviato al fronte in Trentino, prima a Valmorbia e poi a Rovereto. Sul finire della guerra comanderà il campo di prigionia di Lanzo Torinese. Congedato nel 1918, fa ritorno a Genova, e qui entra in amicizia con il poeta Camillo Sbarbaro, Angelo Barile, Adriano Grande e altri esponenti della vita letteraria e culturale della città. Nel 1922 collabora a Primo Tempo, rivista torinese di Giacomo Debenedetti e Sergio Solmi; nel 1925 partecipa anche alla rivista di Piero Gobetti, Il Baretti. Nello stesso anno firma il "Manifesto degli intellettuali antifascisti" di Giovanni Amendola e Benedetto Croce. Conosce Roberto Bazlen, singolare figura di letterato triestino culturalmente aggiornatissimo, il quale fa conoscere a Montale le opere di Svevo: sono proprio gli articoli montaliani sulla narrativa sveviana pubblicati fra il '25 e il '26 a dare inizio alla fortuna critica italiana ed europea di Svevo. Dopo la morte tragica, nel 1926, di Piero Gobetti, esule a Parigi per le persecuzioni fasciste, Eugenio stringe amicizia con Italo Svevo, con il quale intratterrà un significativo carteggio. A Trieste, suo ospite, conosce Umberto Saba. In quell'anno collabora ancora a importanti riviste come Il Convegno e La Fiera letteraria. Viene assunto nel '27 come redattore della casa editrice fiorentina Bemporad, per cui deve trasferirsi a Firenze, in quegli anni vera capitale culturale della nazione. Nel '29 diventa direttore della Biblioteca del Gabinetto Vieusseux, fino a quando, nel 1937, non viene allontanato dall'incarico in quanto si rifiuta di prendere la tessera del Partito fascista. Questi anni sono caratterizzati da una straordinaria intensità di rapporti umani e culturali: assiduo frequentatore delle Giubbe Rosse, il caffè punto d'incontro degli intellettuali fiorentini, Montale conosce, fra gli altri, Elio Vittorini, Carlo Emilio Gadda, Salvatore Quasimodo, Arturo Loria, Guido Piovene, Gianna Manzini e i critici Giuseppe de Robertis e Gianfranco Contini. In quegli anni collabora a Solaria, la rivista di Carocci, Ferrara e Bonsanti, e a Pegaso, di Ojetti, Pancrazi e De Robertis. Conosce numerosi scrittori come Vittorini, Gadda, Loria e Drusilla Tanzi, "la mosca", che diventerà poi sua moglie (allora era moglie del critico d'arte Matteo Marangoni). Contribuisce anche a Campo di Marte di Gatto e Pratolini e a Letteratura di Bonsanti. Dopo il tragico 8 settembre 1943 si iscrive al Partito d'Azione e lavora per il Comitato Nazionale di Liberazione toscano; nel '45 fonda, con Bonsanti, Loria e Scavarelli, il quindicinale Il Mondo, che dirige per due anni. Nel '48, dopo un periodo di collaborazione con La Nazione, si trasferisce a Milano, dove lavora come redattore al Corriere della Sera e critico musicale del Corriere dell'informazione. Nel 1967 viene nominato senatore a vita. Nel 1975 ottiene il premio Nobel per la letteratura; già in precedenza aveva ricevuto due lauree honoris causa dalle Università di Milano e di Roma. Fino agli ultimi anni continua a vivere, solo (la moglie era morta nel 1963), a Milano, città che prediligeva perché anonima e discreta. Muore il 12 settembre 1981.
CitazioniL'uomo coltiva la propria infelicità per avere il gusto di combatterla a piccole dosi. Essere sempre infelici, ma non troppo, è condizione "sine qua non" di piccole e intermittenti felicità. Grazie all'alienazione ognuno può credere in buona fede di esserne privato da forze più grandi di lui. È risparmiata così all'uomo la sconfortante scoperta ch'egli non desidera affatto essere libero. Molti affetti sono abitudini o doveri che non troviamo il coraggio di interrompere. L'uomo è come il vino: non tutti i vini invecchiando migliorano; alcuni inacidiscono. |
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