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La Guerra del Golfo

Premessa

Quanti di noi hanno pensato almeno una volta che la "ricerca" della guerra in Iraq da parte degli USA nasconda in realtà degli interessi legati al petrolio e agli stretti legami tra politici americani e grandi aziende (energetiche e non)? Circola dal 2002 in Rete un documento in PowerPoint, semplice ma di grande efficacia divulgativa, che spiegherebbe il reale guadagno di chi vuole la guerra...

L'argomento centrale dello "studio del Politecnico di Milano" afferma che un'eventuale guerra in Iraq sarebbe un colossale affare che agli Stati Uniti non costerebbe un centesimo, ma dal quale anzi gli USA trarrebbero circa 20 miliardi di dollari di guadagno, e che il conflitto sarebbe in realtà pagato da "noi".

È doveroso premettere che il commento "antibufala" che segue non è legato ad alcuna ideologia politica, né vuole esprimere una posizione a favore o contro l'intervento degli USA in Iraq; il messaggio di fondo è semplicemente: non crediamo a priori a tutte le notizie che ci arrivano, informiamoci con la nostra testa e, prima di continuare a divulgare notizie false (come la bufala sulla bambina malata di cancro), controlliamo le fonti! Come ricorda giustamente Attivissimo, "la disinformazione è un danno sempre e comunque".

Nota: le cifre riportate nel documento si riferirebbero alla prima guerra del Golfo (quella del 1991).

 

Il testo del documento

Perché si fa una guerra?

1. Alcune semplici cifre
I costi della guerra del Golfo: 40 mld $ (80.000 mld lire).
Chi li ha pagati?
Verrebbe spontaneo dire che siano stati pagati dagli USA... Ma ciò è vero solo in parte.
Di questi 40 mld $:
– il 25% è stato coperto dagli USA (10 mld $);
– il 75% è stato coperto dai Paesi arabi, in particolare Kuwait e Arabia Saudita (30 mld $).

2. E dove li hanno trovati?
Il prezzo del petrolio, prima della guerra, era di circa 15$ al barile, ma con la guerra del Golfo è lievitato fino a 42$ al barile, generando un guadagno extra stimato intorno ad almeno 60 mld $.
E a chi è andato questo guadagno? Nei Paesi arabi vige la legge del fifty-fifty: 50% al governo locale, 50% alla multinazionale che controlla il giacimento.
Quindi, guadagno netto dal rincaro del petrolio:
– 30 mld alle compagnie petrolifere;
– 30 mld ai Paesi arabi (Kuwait e Arabia Saudita).

3. Ma di chi sono le compagnie petrolifere?
Nel Medio Oriente l'estrazione e il commercio del petrolio è totalmente in mano alle sette sorelle (Shell, Tamoil, Esso, ecc.), tutte americane, di cui cinque di proprietà statale.
Quindi, dei 30 mld $:
– circa 21 mld al Governo americano;
– circa 9 mld a privati americani.

4. In totale
Facciamo due conti:
– Paesi Arabi: spese 30 mld $, guadagni 30 mld $, utile 0$;
– USA governo: spese 10 mld $, guadagni 21 mld $, utile 11 mld $;
– USA privati: spese 0$, guadagni 9 mld $, utili 9 mld $.
Gli USA guadagnano quindi 20 mld $ dalla guerra.
E i costi della guerra chi li paga? Coloro che comprano il petrolio. Noi.

5. Guadagni complessivi degli Stati Uniti
Gli USA, tra aumento del prezzo del greggio e guadagni dell'indotto bellico, hanno guadagnato:
– 11 mld $ direttamente;
– 49 mld $ dall'indotto bellico.
Infatti, dove sono andati a finire i 60 mld $ spesi nella guerra? Nell'industria bellica, che guardacaso è quasi totalmente americana!
Ora risulta più facile capire il perché della guerra del Golfo e anche il perché di altri due fatti di attualità: il perché della guerra in Afghanistan e della (probabile, quasi certa) nuova guerra in Iraq.

6. Afghanistan
La guerra in Afghanistan aveva come principale obiettivo l'instaurazione di un governo-fantoccio che desse il via libera alla costruzione di un oleodotto lungo 2.500km, di proprietà americana, sul suo territorio. Questo oleodotto, d'importanza strategica, ha come unica alternativa la costruzione di un altro oleodotto, lungo 5.500km, enormemente più costoso, anche a causa delle tasse che i Paesi attraversati imporrebbero agli USA.
Molto più facile radere al suolo un Paese martoriato da trent'anni di guerra e renderlo una propria "dependance", con la possibilità di costruire e gestire l'oleodotto-scorciatoia in tutta tranquillità.

7. Iraq
Per capire coma mai Bush voglia attaccare di nuovo l'Iraq bisogna capire come gli USA siano in rotta con il loro maggior fornitore di petrolio nell'area mediorientale: l'Arabia Saudita. La rottura sta diventando insanabile, sia perché l'Arabia Saudita è uno dei Paesi maggiormente coinvolti nel terrorismo di Bin Laden, sia perché l'opinione pubblica internazionale è schierata in massa contro questo Paese a causa del mancato rispetto dei più elementari diritti umani.
Non solo: negli ultimi mesi la crisi che ha colpito il Venezuela (ridotto alla fame proprio dalla politica delle compagnie petrolifere americane) sta provocando gravi incognite sulla stabilità delle forniture petrolifere da questo Paese agli USA.
Per l'amministrazione Bush si è quindi creato un obiettivo prioritario: cercare un'alternativa petrolifera all'Arabia Saudita nell'area mediorientale.
Il modo più facile, ovviamente, è fare una guerra all'Iraq e instaurare un regime fantoccio alla dipendenza diretta degli stessi USA.

8. Perché l'Iraq?
Per tre semplici motivi:
– è un Paese che non può difendersi (la povertà causata dall'embargo provoca la morte per fame di 300.000 bambini ogni anno);
– offre un facile pretesto per giustificare l'attacco agli occhi dell'opinione pubblica (la presenza di fantomatiche armi di distruzione di massa, peraltro sviluppabili solo con un'altissima tecnologia e notevoli capitali, cose che che l'Iraq proprio non possiede);
– al momento non gode della protezione di nessuno Stato potente, in grado di opporsi con decisione alla minaccia di un attacco americano.

 

La smentita al documento

Innanzitutto l'appello dichiara di provenire da una fonte solo apparentemente autorevole: uno studio del Politecnico di Milano, il che lascia presupporre che siamo di fronte a una ricerca scientifica condotta da ricercatori universitari. In verità si tratta di una risposta di un professore a una domanda di uno studente: l'appello che circola non è stato redatto direttamente da un responsabile del Politecnico; come riferisce il professore citato (corso di Modellistica e gestione delle risorse naturali 1), è stato scritto da uno studente che "ha creato a mia insaputa il file che sta circolando, indicando solo indirettamente che la redazione non è mia ['tratto da...'], senza precisare che citavo a memoria (le cifre reali sono più alte da quelle da me riportate), introducendo alcune imprecisioni, ad esempio che le 'sette sorelle sono tutte americane, di cui cinque di proprietà statale', e notizie di cui non conosco l'attendibilità". E lo stesso professore citato suo malgrado ha dichiarato che l'unica fonte di tutti i dati è una singola frase di un libro della giornalista Lucia Annunziata.

Senza approfondire gli argomenti trattati dal libro della Annunziata, una singola frase non può essere considerata una fonte completa ed esaustiva. Il professore inoltre parla di dati riportati "a memoria"... Infatti le cifre sono diverse da quelle indicate nell'appello che contiene diversi errori, ben rimarcati da Attivissimo.

L'estrazione e il commercio del petrolio mediorientale non sono affatto "totalmente" in mano a società americane; per esempio società russe, cinesi e francesi hanno sostanziosi contratti per l'estrazione del petrolio iracheno, bloccati dall'embargo ONU. La presenza statunitense è preponderante, ma non assoluta; del presunto "guadagno" avrebbe quindi beneficiato anche questi Paesi.

Non esistono compagnie petrolifere "statali" negli USA: sono tutte società private. Pertanto la ripartizione dei presunti "guadagni" fra "governo USA" e "privati USA" non ha senso. Al massimo, si potrebbe dire che gli ipotetici guadagni sono andati alle società petrolifere statunitensi, ma non certo al governo USA. Peraltro la Tamoil è una società libica e non una multinazionale USA.

Le armi di distruzione di massa sarebbero "sviluppabili solo con un'altissima tecnologia e notevoli capitali, due cose che l'Iraq proprio non possiede". Purtroppo, invece, le tecnologie necessarie per le armi chimiche sono molto modeste, e l'Iraq dispone dei capitali per fabbricarle, come dimostrato dalle recenti operazioni ONU di distruzione di testate chimiche all'iprite e di missili al-Samoud II, che di certo non costano noccioline; così come di certo non costano quattro soldi i numerosi palazzi faraonici di Saddam. [NB: questi sono tutti ragionamenti ipotetici scritti nel 2002 e volti a smontare le bugie diffuse dal documento PowerPoint; successivamente i fatti dimostreranno che l'Iraq in effetti non possedeva WMD, o quantomeno non sono mai state trovate.]

Poi c'è il ragionamento di fondo che davvero non ha senso: chi paga? Non solo noi Europei. Chi guadagna? Non solo gli USA. Infatti se il prezzo del petrolio aumenta, aumenta in tutto il mondo, Stati Uniti compresi: un rincaro del petrolio ricade su tutti i Paesi del mondo e persino sui militari e sui governi, dato che anche loro devono pagare il carburante a prezzi maggiorati. Se c'è stato un arricchimento da parte delle compagnie petrolifere a danno dei consumatori (di tutto il mondo, Americani compresi) e dei governi (di tutto il mondo, americano compreso), può trattarsi solamente di un arricchimento di cui hanno beneficiato anche le compagnie petrolifere non-USA (arabe, russe, venezuelane, libiche, cinesi, francesi e britanniche, per esempio).

In poche parole non siamo di fronte a una situazione così semplice come viene dipinta dal documento, che pur contenendo alcuni interessanti spunti di riflessione si rivela un po' troppo semplicistico e "ideologico", e contiene dei dati sbagliati. In Internet si fanno continuamente circolare degli appelli che si rivelano falsi e deleteri (a volte con strascichi legali, come in questo caso). Dobbiamo ragionare con la nostra testa, ma farlo su dati sbagliati è un grosso rischio.

Le "fonti" citate (Politecnico di Milano e Emergency) hanno smentito di essere mai state coinvolte. Il documento cita infatti Emergency, il cui sito è stato subissato di messaggi in proposito, al punto che l'organizzazione ha dovuto pubblicare una nota di chiarimento per smentire qualsiasi legame con la presentazione PowerPoint. Nello stesso documento anche il Politecnico di Milano, per mano dello stesso professore citato, chiarisce la sua posizione: "Tutto è nato da una risposta a una domanda al termine di una lezione del mio corso. Ho fatto alcune deduzioni quantitative, partendo da dati attinti dal libro di Lucia Annunziata sulla guerra del Golfo, che riportavo a memoria". Ecco qui il passo originale: "Dieci anni fa 'Desert Storm' costò 60 miliardi di dollari. [...] L'ottanta per cento fu pagato dai Paesi arabi che avevano chiesto l'intervento contro l'invasione. Ovviamente, in quel periodo il costo del petrolio passò da 15$ a 40$ al barile, affinché le nazioni che pagavano ricuperassero le spese" (Lucia Annunziata, "NO, la seconda guerra irachena e i dubbi dell'occidente", Donzelli Editore, Roma, 2002, pag. 105).

Nello stesso documento anche lo studente precisa: "Ho appreso dai miei compagni di corso che sono nati dei problemi attorno a un file di PowerPoint che ho creato qualche tempo fa. Toni allarmistici mi parlavano di 'cose che non vanno fatte in questo modo...' eccetera. Non capisco da dove saltino fuori tutte queste problematiche. Il file non è nient'altro che la risposta alle richieste di spiegare più chiaramente quello che, a parole, avevo provato a raccontare ai miei amici. Ho appreso che sono nate controversie anche sulla questione della fonte. Nel documento ho chiarito subito che quelle non erano le sue esatte parole: ho messo 'tratto da...', e mi sembra chiaro come questo voglia dire che si tratta di una mia rielaborazione di quanto ho sentito, attraverso l'aggiunta di mie informazioni e mie considerazioni. Non vedo neanche tutto questo alone di mistero attorno a chi fosse l'autore del file: quando l'ho spedito ai miei amici, non l'ho fatto in modo segreto! Ho normalmente usato la mia e-mail, senza camuffare in alcun modo il mio nome. E dopotutto, non vedo perché avrei dovuto farlo. Sono comunque cosciente che il file, inevitabilmente, contiene degli errori, anche perché l'ho composto a memoria dopo alcune settimane da quanto avevo sentito. Sarei contento di poterlo sistemare, per diffondere il più possibile notizie aderenti al vero. Buona giornata, [nome dello studente]".

In pratica l'autore ha creato quel file e l'ha girato agli amici, che poi l'hanno girato ad altri amici... Il problema è che non si è reso conto della forza di divulgazione di Internet, e non c'è modo ora di tornare indietro. Come conclude anche il professore citato (suo malgrado), questa è una classica dimostrazione dei danni involontari che può causare la diffusione di un appello senza le debite precauzioni: lo studente l'ha fatto circolare, e chi ci rimette adesso è il professore, tempestato di richieste di chiarimento e diffamato, in un certo senso, dal fatto che gli vengono attribuite dichiarazioni grossolanamente superficiali e inesatte.

 

In conclusione

In conclusione, se siete in possesso di quel file, non fatelo girare ancora per la Rete: sia perché contiene dei dati inesatti (e ora lo sapete, non ci sono scuse), sia perché le fonti citate hanno smentito ufficialmente il loro coinvolgimento; e, soprattutto, non inguaiate ancor di più quello studente! In generale ricordatevi che le e-mail che inviate possono veramente fare il giro del mondo senza che ve ne rendiate conto. Spesso si produce disinformazione e confusione, e a volte vi sono degli strascichi addirittura legali (il sito di PeaceLink ha ricevuto un'ingiunzione per danni di 50.000$ per aver fatto girare un appello dove era presente tra i firmatari il nome di un collaboratore dell'ONU che non ha mai aderito all'iniziativa e ha denunciato il sito per averlo ingiustamente associato a quell'appello; il sito era totalmente in buona fede...). Ragionare con la nostra testa significa anche verificare le fonti, da qualunque parte mediatica o politica arrivino.

 

Scritto da Franco Baldisserri per www.leggendemetropolitane.com

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